Archivio maggio 2016

La Cgil esprime un giudizio critico sulla proposta di modifica costituzionale

Presa di posizione del sindacato di Corso d’Italia che, con un ordine del giorno approvato con soli due voti contrari e nessun astenuto, rileva come si stia operando una «modifica dell’assetto istituzionale che rafforza i poteri del Governo e della maggioranza, senza introdurre adeguati bilanciamenti»

cgil_26896Il percorso legislativo, che ha portato all’approvazione dell’ipotesi di modifica costituzionale, è stato caratterizzato da una discussione parlamentare a tratti compulsiva, con accelerazioni continue e un eccessivo condizionamento del Governo, tutti tratti che mal si conciliano con la sensibilità democratica richiesta da interventi sulla Carta fondamentale. L’impropria polarizzazione che ha dominato il dibattito in Aula (e fuori) ha raggiunto il suo apice con la dichiarata volontà di fare del referendum confermativo un banco di prova per l’operato complessivo del Governo. Una polarizzazione, questa, in totale contraddizione con lo spirito che dovrebbe caratterizzare ogni intervento di modifica della Costituzione, che è la base delle regole comuni che una collettività si da e come tale deve essere sottratta alla contingenza di un dibattito politico determinato nel tempo, per appartenere alla dimensione storica che le è propria.

Il risultato di tale eccessiva e inopportuna polarizzazione della modifica costituzionale ha provocato l’assenza di un dibattito che affrontasse il merito delle proposte in discussione, oscurato da una sterile contrapposizione tra innovatori e conservatori, fiduciosi e disfattisti, che nulla ha a che vedere con l’intento di aggiornare l’architettura istituzionale della Repubblica.

La CGIL, condividendo la necessità di aggiornare con disposizioni mirate la seconda parte della Costituzione per rafforzare le istituzioni pubbliche, fin dalla prima stesura del disegno di legge costituzionale, ha valutato le disposizioni in esso contenute, esprimendo criticità per l’impianto generale e chiedendo, quando necessario, le specifiche modifiche. Purtroppo, dobbiamo constatare che la maggior parte delle considerazioni espresse non hanno trovato adeguato riscontro nel testo finale.

L’apprezzabile e auspicabile obiettivo di superare il bicameralismo perfetto (e in questo senso apprezzando la possibilità che sia la sola Camera dei Deputati a votare la fiducia al Governo), che anche la CGIL richiede da tempo, istituendo una seconda camera rappresentativa delle Regioni e delle Autonomie locali, e di correggere le criticità della riforma del 2001, si è tradotto in un’eccessiva centralizzazione dei poteri allo Stato.

Il nuovo Senato, per composizione e funzioni, non potrà svolgere l’auspicato e necessario ruolo di luogo istituzionale di coordinamento fra Regioni e Stato, essenziale a conciliare le esigenze autonomistiche con quelle unitarie. Al Senato, infatti, non è attribuita adeguata facoltà legislativa in tutte le materie che hanno ricadute sulle istituzioni territoriali e la sua stessa composizione, a prescindere dalla modalità di elezione (diretta o indiretta), non garantisce l’adeguata rappresentanza e rappresentatività di Regioni e autonomie. In questo quadro, infine, in cui avremo un Senato le cui modalità di composizione sono rimandate a una legge ordinaria da approvare, con una funzione legislativa non corrispondente all’obiettivo di farne una camera rappresentativa delle istituzioni territoriali, e una irragionevole moltiplicazione dei procedimenti legislativi del Parlamento, al Governo è attribuita la facoltà di dettare l’agenda parlamentare, potendo porre in votazione a data certa i provvedimenti ritenuti essenziali senza vincoli quantitativi né di oggettività.

Un superamento del bicameralismo perfetto così delineato (unitamente al radicale mutamento del procedimento legislativo e alla centralizzazione delle competenze) attribuisce alla sola Camera dei Deputati e, quindi, al Governo, espressione del partito di maggioranza relativa, una facoltà di determinare le politiche pubbliche che avrebbe richiesto l’introduzione di adeguati bilanciamenti e contrappesi, volti a garantire il perdurare dell’indispensabile equilibrio tra potere legislativo e potere esecutivo. Uno squilibrio aggravato dall’indebolimento degli organi di garanzia, la cui terzietà non è più assicurata dalle nuove modalità di elezione previste per la Presidenza della Repubblica, per i giudici costituzionali di nomina parlamentare e per i componenti laici del CSM.

La nuova formulazione del Titolo V, inoltre, mette in luce la volontà di disconoscere il valore del decentramento e il ruolo delle Regioni e delle istituzioni locali come istituzioni pubbliche centrali nel favorire lo sviluppo locale e l’unitarietà dei diritti sociali. L’indiscussa necessità di introdurre dei correttivi alla riforma varata nel 2001 alla luce dell’esperienza di questi anni si è tradotta in una centralizzazione delle competenze e in una riduzione dell’autonomia delle istituzioni territoriali (o alla loro cancellazione come nel caso, sicuramente non esemplare, delle Province), restringendo il perimetro pubblico (volontà riscontrabile anche nella ridefinizione degli uffici territoriali del governo prevista dalla riforma PA). A compensazione di tale eccessivo accentramento di competenze si è allargato lo spettro delle materie su cui è possibile concedere ulteriori forme di autonomia alle Regioni previa intesa e a condizione di equilibrio di bilancio. Il combinato del nuovo Titolo V, dunque, ci consegnerà una centralizzazione sostanziale con tratti di autonomia a geometria variabile: le Regioni virtuose potranno ottenere maggiori autonomia in materie importanti come ad esempio le politiche sociali, le politiche attive del lavoro, e la formazione, le Regioni non virtuose avranno una sostanziale riduzione delle loro competenze e, infine, per le Regioni a statuto speciale saranno ancora valide le disposizioni vigenti fino all’adeguamento dei rispettivi statuti.

Le stesse modifiche relative agli strumenti di democrazia diretta contraddicono l’intenzione dichiarata dai proponenti di favorire la partecipazione dei cittadini: innalzamento delle firme necessarie a presentare leggi di iniziative popolari e rinvio ai regolamenti parlamentare dell’obbligo di deliberare in materia; rinvio a futura legge costituzionale (mentre si cambiano i 3⁄4 della II parte della Carta) della disciplina del referendum propositivo o di indirizzo e di altre forme di consultazione anche delle formazioni sociali.

Le nuove disposizioni costituzionali delineano un assetto contraddittorio in cui all’intenzione dichiarata di dar voce alle istituzioni decentrate si accompagna una centralizzazione statale delle competenze e dei poteri; alla dichiarata volontà di semplificare il procedimento legislativo, si risponde con procedure che lo rendono ancor più tortuoso e incerto; al dichiarato orientamento di dar voce ai cittadini, si risponde riducendo gli spazi di rappresentanza e intervenendo in modo inefficace sugli strumenti di democrazia diretta. La condivisibile volontà di semplificare il sistema istituzionale al fine di rafforzarlo e renderlo più efficiente, dunque, si sta traducendo in una semplificazione volta a ridurre il perimetro pubblico e gli spazi di rappresentanza, ignorando la complessità politica e sociale del Paese e rinunciando all’esercizio della mediazione come strumento di risoluzione dei conflitti all’interno dello spazio pubblico.

L’esigenza, da tanti condivisa, di introdurre cambiamenti positivi volti a innovare e modernizzare l’assetto istituzionale, dopo oltre 30 anni di dibattiti e proposte, non viene soddisfatta dall’attuale ipotesi di modifica costituzionale.

Il testo approvato si configura come una costituzionalizzazione della attuale prassi politica: invece di introdurre i necessari aggiornamenti connaturati al passaggio da un sistema politico proporzionale ad uno in parte maggioritario, avvenuto nell’ultimo ventennio, al fine di definire un nuovo equilibrio tra il principio di rappresentatività e l’esigenza della governabilità, si opera una modifica dell’assetto istituzionale che rafforza i poteri del Governo e della maggioranza, senza introdurre adeguati bilanciamenti, un rafforzamento che, combinato con una legge elettorale come l’Italicum (di cui auspichiamo sostanziali modifiche anche per scongiurare il rischio di una nuova dichiarazione di illegittimità costituzionale da parte della Corte), rischia di operare una surrettizia modifica dell’ordinamento parlamentare.

La Cgil, dunque, valuta la modifica costituzionale approvata dal Parlamento un’occasione persa per introdurre quei necessari cambiamenti atti a semplificare, rafforzandole, le istituzioni pubbliche, e giudica negativamente quanto disposto, da tale proposta di modifica, perché introduce nella nostra Carta norme incongrue ed inefficaci.

La Cgil si impegna a promuovere un’informazione di massa e momenti di confronto per favorire una scelta partecipata e consapevole di lavoratori e lavoratrici, pensionati e pensionate, cittadini.

Roma: duro attacco di Dario Vassallo al Pd per il caso «Strade fantasma»

In un’intervista rilasciata al quotidiano “il manifesto”, il fratello del compianto sindaco di Pollica spiega le ragioni del suo appoggio a Stefano Fassina

Strada-fantasma-Pollica-CasalvelinoRoma. Nella competizione elettorale per le amministrative del prossimo 5 giugno, riecheggiano gli echi delle vicende cilentane. Ed anche alcuni nomi: il primo è quello di Dario Vassallo, fratello di Angelo – il “sindaco pescatore” assassinato il 5 settembre 2010 – candidato al Consiglio comunale con Stefano Fassina; il secondo è quello di Franco Alfieri, sindaco di Agropoli ed ex assessore provinciale ai lavori pubblici.

In un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano “il manifesto”, Dario Vassallo rivendica il suo appoggio alla formazione di Sinistra e ricorda gli obbrobri targati Partito democratico.

Perché per lei il Pd non è affidabile?

’Questo’ Pd non lo è. A Pollica il 5 settembre ha permesso di fare la sagra del pesce. Per due anni consecutivi. Ha capito? La sagra del pesce.

È l’anniversario dell’omicidio.

Appunto. La memoria di mio fratello non si coltiva, dà fastidio. Quei territori ormai sono persi.

Persi?

Persi alla collettività. Ci sono alcune brave persone che cercano la verità su Angelo. Ma in questi anni il Pd non ha preso posizioni chiare, né loro né il comune si sono mai costituiti parte civile al processo sulle strade fantasma, quelle pagate e mai realizzate che Angelo aveva denunciato. Poi dalle indagini è saltato fuori che nella provincia di Salerno erano 15. Un furto da milioni di euro, 77 indagati. Ma la cosa peggiore è che certi personaggi, bocciati alle regionali dalla segreteria nazionale Pd nella persona di Lorenzo Guerini, poi sono stati arruolati alla regione Campania. Come il sindaco di Agropoli Franco Alfieri, all’epoca assessore alla provincia a cui Angelo aveva scritto sette volte per chiedere conto di quella storia.

Ce l’ha con questi personaggi o con tutto partito?

Ho conosciuto Pd diversi, in Toscana, in Emilia, ho rispetto per chi ci crede. Ma non posso non denunciare chi non fa nulla anche solo per ricordare Angelo. Se viene ucciso un sindaco viene ucciso lo Stato. Serviva una commissione d’inchiesta. Non l’hanno voluta.

Agropoli, parte la raccolta delle firme per l’abrogazione dell’Italicum

Grande affluenza al gazebo organizzato in piazza dal comitato «Democrazia Costituzionale» che oggi pomeriggio farà il bis

Gazebo Italicum (2016.05.21) 1Agropoli. La prima uscita pubblica del comitato «Democrazia Costituzionale» è stata dedicata alle distorsioni che verranno causate dalla nuova legge elettorale: l’Italicum.

Già nel pomeriggio di ieri, i cittadini si sono dimostrati molto attenti alla tematica e, numerosi, sono accorsi al gazebo allestito in Piazza Vittorio Veneto, dov’è stato distribuito del materiale informativo sui due quesiti proposti dal comitato, che puntano alla cancellazione dei capilista bloccati e del premio di maggioranza alla Camera dei Deputati.

Il comitato – nato ad opera dei movimenti e delle associazioni progressiste di Agropoli – si avvarrà del contributo offerto dal consigliere comunale d’opposizione Agostino Abate, il quale si è offerto di autenticare le firme che verranno raccolte nel corso della campagna che si concluderà il 20 giugno.

Il comitato sarà nuovamente in piazza durante il pomeriggio di oggi.

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Gazebo Italicum (2016.05.21) 6Gazebo Italicum (2016.05.21) 7Volantino Alto Cilento

Paestum, anche quest’anno il memorial Josè Mautone

Il torneo è organizzato dall’associazione 13Marzo in ricordo del ragazzo morto a seguito di un incidente stradale nell’estate del 2012

MemorialPaestum. Finiscono i campionati ed inizia l’estate all’insegna dei tornei; uno dei primi ad iniziare sarà il Memorial Josè Mautone che si terrà per tutto il mese di giugno, presso il lido Cascata a Licinella. La quarta edizione, che sarà organizzata dall’associazione “13Marzo” (composta dagli amici di Josè) inizierà il 5 giugno con partite di beach soccer tutte serali. Dopo il successo dell’anno scorso gli organizzatori vogliono ripetersi e migliorarsi, senza però dimenticare il significato di questo torneo che deve aggregare la comunità e i ragazzi dei comuni limitrofi nel ricordo dello sfortunato ragazzo morto a seguito di un incidente stradale nell’estate del 2012, ma che continua a vivere nel ricordo di tutte le persone che lo hanno conosciuto.

Ingroia al Fatto Quotidiano: «le scelte che ho fatto e che rifarei ancora»

L’ex pm risponde all’articolo di Antonio Padellaro spiegando il significato della difesa di Pino Maniaci

ingroia-di-matteo-aula-bunkerCon un articolo pubblicato giovedì scorso, il Fatto Quotidiano ha rammentato la sua solidarietà nei confronti dei magistrati impegnati nell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, in particolare all’allora coordinatore del pool di Palermo, Antonio Ingroia. Partendo da ciò, ha chiesto all’ex pm – che oggi svolge la professione di avvocato – le ragioni che lo hanno spinto ad assumere la difesa del giornalista Pino Manicia. La risposta non si è fatta attendere ed è stata pubblicata sul Fatto di ieri.

«Antonio Padellaro ricorda la festa del Fatto del settembre 2012, quando furono consegnate a me e Nino Di Matteo le 153.770 firme raccolte dal giornale in segno di solidarietà. Non dimenticherò mai la fiducia dimostrata con quelle firme, ma non dimentico neppure che quella scelta ci scatenò addosso polemiche e attacchi, minacce di procedimenti disciplinari, critiche feroci dalla politica ma anche da parte di tanta magistratura, compresa l’Anm. Una conferma che il processo di soffocamento della verità si era consumato, nonostante quelle firme.

Mi spiego meglio. Io non ho scelto la magistratura per essere quel “bravo magistrato”, di cui ha nostalgia Padellaro, ma perché volevo essere utile ai cittadini. E avendo avuto il privilegio di imparare il mestiere da due grandi maestri come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e avendoli visti uccisi pochi anni dopo, ritenni che potevo davvero essere “utile” solo facendo luce sulla stagione terribile delle stragi. In questo contesto si spiegano le indagini e i processi di quegli anni, da Contrada a Dell’Utri, conclusi con sentenze definitive di condanna, fino all’indagine più importante che ci ha messo davanti alla verità più terribile: Falcone, Borsellino e le vittime delle stragi del ’93 erano morti sull’altare del più osceno patto criminale della Storia, quello di uno Stato che trattava con la mafia alti livelli solo per salvare qualche politico e sacrificando altre vite. In qualsiasi altro Paese un’indagine del genere avrebbe provocato un terremoto: commissioni d’inchiesta, dimissioni di ministri e presidenti, sostegno alla magistratura. Qui è accaduto il contrario, alla sbarra sono finiti i magistrati, messi sotto accusa dalle istituzioni che avrebbero dovuto sostenerli, compreso il Csm.

Compresi allora che la partita era persa. Dopo una fase di grande spinta, che aveva fatto emergere verità inimmaginabili, l’indagine era stata bloccata dalla politica. Capii che la magistratura da sola poteva fare ormai poco. E ritenni che rimanere in trincea a difendere il nostro lavoro non sarebbe bastato. Io non sono abituato a difendere, in trincea non ci so stare. Devo attaccare. Bisognava cambiare strategia e terreno di scontro, provare a cambiare la politica per liberare la magistratura dall’assedio. Nacque da lì l’idea di Rivoluzione Civile, un tentativo incompiuto. Il risultato di quasi un milione di voti ottenuti in soli due mesi, si rivelò poi insufficiente a causa di una legge elettorale incostituzionale, ma era un tentativo che andava comunque fatto.

E oggi faccio l’avvocato, e continuo a occuparmi di politica con un movimento, Azione Civile, in prima linea nelle battaglie per i valori in cui ho sempre creduto, a cominciare dalla difesa della Costituzione, ancora oggi sotto assedio. E da avvocato cerco di rendermi utile aiutando i cittadini vittime di ingiustizie. Per questo difendo Pino Maniàci, ma anche Ivano Marescotti contro la censura politica della Rai, così come tanti cittadini vittime del sistema bancario, e mi occupo ancora degli intrighi criminali intorno alla trattativa Stato-mafia, come l’orribile depistaggio di Stato nel delitto di Attilio Manca, presentato come una morte accidentale.
Su una cosa però non accetto illazioni: che possa avere fatto tutto solo per fare carriera. Semmai è vero il contrario, perché ho lasciato una carriera “facile” da magistrato quando ho capito che lì non c’era più spazio per portare avanti le mie battaglie. Così come ho rifiutato facili poltrone parlamentari sotto le bandiere di questo o quel partito. Ho preferito continuare a combattere in altro modo battaglie di giustizia e di diritti, pur sapendo di sacrificare la “carriera”. L’ho fatto e lo rifarei. Con legittimo orgoglio».

Direttore responsabile:
Giuseppe Maniaci

Editore:
Associazione «Trasparenza & Legalità»

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